La città di Santa Marta è stata il ponte tra Riohacha e Cartagena in vista di una visita al decantato Parco Tayrona. Purtroppo, strada facendo, durante la nostra permanenza in Colombia scopriamo che Tayrona è chiuso e a riaprirà solo ad inizio Marzo.
Accipicchia! Rabbia e delusione ci attanagliano per poco: alla fine anche gli imprevisti fanno parte del gioco.
Cambiamo, così, i programmi in corso d’opera e decidiamo di arrivare un giorno prima a Cartagena passando, comunque, da Santa Marta via bus con la compagnia Flamingo. Comincia ad essere caldo, molto caldo e questo mi fa realizzare di essere arrivata nel Caribe colombiano, nonostante Santa Marta di per se’ non abbia molto da offrire e non abbia molto l’essenza caraibica. Almeno per me.
Ammetto, però che al tramonto l’apice del suo fascino, lo raggiunge. Le stradine si colorano di luci, di canti e di balli dei più variegati e bizzarri artisti di strada.
I locali sistemano sedie e tavolini sulle strade e tutto prende colore nonostante la notte.Ci concediamo una cena in un delizioso locale, ‘Lulo’ nella calle 3, che riapre le nostre papille gustative con le tipiche arepa e “wrap” Gourmet accompagnate da succosissimi succhi di frutta freschi.
Diverso, invece è arrivare a Cartagena.
Arrivare in questa città coloniale teatro di arte, di cultura, di filibustieri, di pirati e bucanieri è come immergersi in una bacinella di colori: una vera chicca che trasuda poesia e avventura. Dai colori accesi sui muri, sulle porte e sulle finestre, dal sapore intenso della frutta, dalle avventurose storie di cannoni e battaglie, fino ad arrivare alle storie d’amore e di solitudine scritte dalla penna di uno dei maggiori esponenti del realismo magico.
Proprio lui.
Gabriel Garcia Marquez.
È’ leggendaria, caraibica, spassosa, varia e disordinata, elegante e scrostata.
Le appartiene una straordinaria energia data dal sole, data dai suoi fiori rampicanti, le bouganville e dal suo intenso profumo di mare.
Non posso consigliare come meglio orientarsi in questa città, posso solo dire di lasciarvi andare al suo dedalo di stradine e di viottoli della città vecchia, la vostra, come la mia, macchina fotografica impazzirà.
Ci sono 8 COSE ASSOLUTAMENTE DA FARE A CARTAGENA e UNA DA NON FARE
1. Perdersi nelle strade e nei viottoli che si snodano all’interno della città vecchia senza mappe ne’ cartine, per trovare esplosioni di colori, come quella in questa foto;
2. Degustare in una delle tante bancarelle mobili che incontrerete, una porzione di Mango con il sale o qualsiasi altra frutto deliziosamente delizioso a pochi Pesos;
3. Andare in Plaza Santo Domingo e fotografare il famoso muro arancione, quello che è’ nella copertina attuale della guida Lonely Planet;
4. Assaggiare uno degli stucchevoli dolcetti chiamati al cocco Cocada lungo ‘El Portal de Los Dulces’;
5. Fotografare le signore Carioca ( io le ho ribattezzate così) abbigliate con vestiti folcloristici e coloratissimi. Loro vendono frutta e fate attenzione a non fotografarle di nascosto, sono abbastanza suscettibili e soprattutto considerate che per fotografarle vogliono soldi. Una buona soluzione è familiarizzare comprando da loro un po’ di frutta che risulta, comunque, molto più cara che da altri venditori.
Un aneddoto: nella Plaza Santo Domingo, quella con il muro arancione per intenderci, ho incontrato Angelica.
Avete presente la copertina di cui vi parlavo sopra?
Ecco Angelica e’ proprio la signora della copertina.
Cercatela, vi diranno dove trovarla.
6. Concedersi una pausa letteraria e rinfrescante al caffè Abaco: una piccola caffetteria all’interno di una splendida libreria. Oltre a sfogliare alcuni libri e a godervi l’atmosfera potrete bere quello che più si avvicina al nostro Espresso;
7. Cenare al ristorante ‘La Mulata’ ottima scelta gastronomica per una pausa dai soliti sapori. Cercate di arrivare presto perché tendenzialmente c’è alta affluenza;
8. Cenare nella vivace Plaza San Diego. È’ possibile scegliere tra varie opzioni, dalle più spartane, tipo ottime empanadas servite al volo, alle più elaborate e costose in locali particolari e originali come ‘La chevicheria’ o il ristorante argentino ‘Marzola’ che merita anche solo di essere visto di passaggio.
Una cosa da fare, ma NON di domenica, è organizzare un escursione a Playa Blanca.
Di per se’ la spiaggia è’ paradisiaca, ma occorrerebbe eliminare dal paesaggio:
i ristoranti, i lettini, i venditori ambulanti e la loro insistenza, le moto d’acqua, le barche che scaricano gli escursionisti, le banana boat e altre diavolerie simili, le frotte di turisti.
Solo in questo modo, rimarrebbe la sabbia bianca e l’acqua di un azzurro che acceca, di un azzurro che vorresti mangiarlo da tanto che è azzurro.
Nonostante la meraviglia, per me rimanere su questa spiaggia è stata dura. Appena arrivata avrei voluto scappare, non solo per la mole esponenziale di gente, ma anche per il terribile odore di benzina emanato dalle moto d’acqua che sgasano a pochi metri dalla riva.
I venditori ambulanti sono ossessivi, ho cronometrato la frequenza con cui passano. Ogni minuto e 40 arriva qualcuno per venderti qualsiasi cosa: bracciali, CD, collane, tatuaggi, frutta, gelati, ostriche, birre, massaggi…assurdo.
Quindi cosa dire?
Posso dire di andare assolutamente a vedere questo piccolo angolo di paradiso, ma NON di domenica. Forse tutta questa confusione aveva proprio la variabile domenicale, quindi organizzatevi per andarci durante la settimana perché in caso contrario è davvero difficile rilassarsi o quanto meno respirare aria respirabile…peccato perché la spiaggia è stupenda, ma davvero sfruttata all’osso.
“Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra” G.G.Marquez