MYANMAR SUL MONDO A PIEDI SCALZI parte 1: Yangon

Il Myanmar per me è stata una scoperta meravigliosa: un viaggio difficile e faticoso, ma uno dei viaggi più belli della mia vita. Ho voluto dividere il mio diario di viaggio in diverse ‘puntate’ per descrivere nel migliore dei modi questo paese che mi ha lasciato il sorriso, lo stupore e la meraviglia verso l’autenticità di un’Asia ormai persa.

Myanmar, o come preferiscono chiamarla gli abitanti di questa nazione Birmania, e’ stata una scelta facile e difficile al tempo stesso nella mera organizzazione di un viaggio completamente fai da te come piace a noi.Un vero e proprio percorso in una terra coinvolgente, dai colori e dalle atmosfere strepitose: dal buio della notte, all’oro delle pagode, dal bianco del riso e al rosso della terra.

Il primo impatto non è stato proprio dei migliori. Dopo un tempo estenuante passato tra voli e scali aeroportuali, sbarchiamo in questa città caotica, disordinata e sporca. Ci incontriamo con Teo (http://www.teoguidabirmania.it/)  una precisa e consigliatissima agenzia di viaggio birmana contattata dall’Italia, con la quale abbiamo prenotato e acquistato cinque dei voli interni che prenderemo durante il nostro soggiorno in terra birmana. La scelta è ricaduta su questa agenzia dopo aver letto di lui da alcuni racconti di viaggio e posso confermare che si è rivelata  un’ottima scelta: preciso, gentile e davvero disponibile. Per qualsiasi cosa contattatelo!!

Dall’incontro con Teo si percepisce già la gentilezza, il carattere sornione e la delicatezza del popolo birmano e dopo gli scambi pratici (tra cui anche l’acquisto di una tessera telefonica assolutamente necessaria per telefonare in Italia ad un prezzo ragionevole) ci avviamo ad uscire dall’aeroporto.

Inizia l’approccio al traffico delle grandi città con un taxi super scatenato che riesce con una maestria da soprano a farsi spazio in un frenetico andirivieni di auto che rumoreggiano di clacson ad ogni secondo. Rimaniamo stupiti dalla guida birmana: le macchine in Birmania sono strutturate come quelle dei paesi anglosassoni e cioè con la guida posta a destra. Con senso di marcia a sinistra? No! Con senso di marcia comunque a destra, con non pochi problemi per sorpassi o visibilità.

Tutto questo,  che mi diverto a definire follia, capiremo solo poi successivamente, che si è trattato di un ordine dettato da un militare come gesto scaramantico per sventare un attacco da parte dei militanti di destra predetto da un indovino. Nel pensiero di questo comandante questa mossa,  avrebbe dovuto esorcizzare la temuta predizione. Lo so, vi chiederete quale possa essere il senso logico, ma occorre partire dal presupposto che la magia, gli indovini e gli spiriti Nat hanno da sempre dettato legge in questa nazione come mai in nessun’altra nazione asiatica. Per capire meglio quello che sto cercando di dire, e non solo a tal proposito, vi consiglio caldamente di guardare il film “The Lady, l’amore per la libertà”, uno spaccato delicato e crudo al tempo stesso della situazione sociale e politica.

Oltre al perché della guida fuori mano, presto capiremo anche, che il perenne concerto di clacson in mezzo al traffico non è un’eccezione della capitale in quanto caotica, ma si rivelerà una quotidiana consuetudine di guida  disordinata e bizzarra in tutti gli angoli del paese. Il clacson non è  altro che un mezzo di comunicazione: “Ci sono anche io qui, attento che sto per passare, sono qui!”

Arriviamo nella nostra guest house, la Ocean Peal INN-2, letteralmente incastonata in mezzo ad un mercato notturno che vede come suoi protagonisti, ogni genere alimentare e non, il tutto rigorosamente esposto ad altezza strada sprezzante di ogni regola igienica di base. Saliamo con non poca fatica le fatiscenti scale puzzolenti di pipì con mio relativo sgomento e arriviamo al desk dove ad attenderci ci sono due ragazzi birmani che con molta gentilezza ci fanno accomodare alla nostra stanza. Che dire, non è proprio la stanza che avevo sognato, ma è’ pulita e ha un letto. Alla fine questa soluzione non si rivelerà così pessima, presto ci si abitua a capire quali sono gli standard della città’ e anche se il tutto risulta oggettivamente un po’ vecchio e trasandato, ci si accorge facilmente che tutta Yangon risulta vecchia e trasandata.

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Yangon

Il giorno dopo comincia l’avventura: usciamo dopo una frugale colazione in mezzo al caos. Gli stretti marciapiedi oltre che essere pieni di gente in transito, sono pieni di ambulanti estremamente organizzati e precisi con le loro “banchette” ed esposizioni. Tutto ciò, ti costringe a scavalcare qualsiasi cosa, compreso pesce, verdura e frutta, quasi come se camminare fosse una strana danza. Altro ostacolo non da poco, ma già da me conosciuto e provato in altre parti dell’Asia è l’attraversamento della strada. Questa cosa è pazzesca e alla fine anche divertente! Attraversare la strada non è una cosa banale come potrebbe esserlo a Lugo di Romagna, è una missione, una continua lotta bilaterale per chi si schiva prima, un confronto tre a tre: uomo, macchina e motorini si sfidano a colpi impari. Non c’è altro modo, BISOGNA buttarsi e sfidare la sorte: fidatevi di me, cominciate a camminare lentamente senza mai cambiare repentinamente direzione, vedrete che come per magia saranno le macchine e i motorini a schivarvi. Keep calm e buttatevi, il gioco è’ fatto!!

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Cominciamo a guardarci intorno e cominciamo ad assaporare quella bellezza sfatta un po’ retro’. Se devo paragonare questa città a qualcosa, mi viene in mente una bellissima sala da ballo in disuso sovrastata da un lampadario di cristallo ormai distrutto: insomma quel qualcosa di cui puoi percepire lo sfarzo che fu.

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Ogni passo e ogni sguardo porta a quella che è stata la storia di questa città, porta a quello che la dittatura militare ha distrutto nel corso degli anni, a partire dall’edificio decadente del ‘Segretariato’: il palazzo dove venivano prese le decisioni politiche.

L’edificio è un bellissimo esempio di architettura coloniale e fu teatro del principale di uno dei tanti e terribili omicidi a sfondo politico: proprio da qui comincia la dittatura, proprio qui il generale Aung San e otto dei suoi collaboratori furono ferocemente assassinati nel 1947. Da  questo momento cruciale  per la nazione, questo palazzo davvero impressionate viene lasciato a se stesso, lo guardo e penso a quale rara bellezza possa essere stato. Ad oggi è attivo un progetto che viene definito come il maggior progetto di restauro al mondo e guardando questo palazzo anche solo da uno dei suoi lati non si stenta a crederlo. Passare di qui la sera è davvero impressionate, un quadrato buio e triste che urla in silenzio la sua pietà.

Dagli edifici coloniali scrostati sopra cui si abbarbicano come edere i fili dell’elettricità, si passa alla magnificenza, alla spiritualità e all’eleganza delle pagode disseminate in ogni angolo di tutta la città e non solo. Svettano luccicanti e fiere di essere le protagoniste di questo paese, non a caso la Birmania è denominato il paese delle mille pagode. Passiamo a vederne alcune minori tra cui la Sule Pagoda, la Chauk Htat Gyi  ( al cui interno il Buddha disteso lungo 66 mt) la Nga Htat Gyi e per finire la maestosa e più’ conosciuta Shedwagon Pagoda. Molto belle e sfarzose, luoghi in cui il silenzio e il rispetto religioso regnano sovrani e dove la lucentezza dei pavimenti non è’ mai abbastanza, ma detto fra noi e, qualcuno non me ne voglia, alla fine viste due viste tutte.

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La Shedwagon Pagoda è’ davvero molto grande e conta 4 scalinate di ingresso. Una volta passato il metal detector e il pagamento del biglietto si è liberi di scorrazzare a piedi nudi per questo grande tempio tutto dorato. Tutte le volte che visito questi paesi, puntualmente mi riprometto di finire quel libro che è ormai da troppo tempo sul mio comodino, ‘Siddartha’, ma chissà perché puntualmente non lo faccio mai..il mio protagonista rimane sempre accanto a quell’albero. E dire che, guardando queste pagode posso immaginare che da quell’albero il percorso che riesce a compiere è davvero incredibile.

Dopo la visita alla pagoda ci facciamo portare da un taxista alla casa di Aung San Suu Kyi, ci tenevo molto a passare da qui, anche solo per toccare quel cancello. Non si vede davvero nulla se non un inferriata e le bandiere gialle e rosse del partito democratico, ma essere lì davanti mi emoziona davvero molto.

Proseguiamo verso il Mausoleo dei Martiri, dai colori di primo acchito quasi a stampo  comunista: rosso con una stella bianca, dove sono sepolti oltre ad Aung San anche i collaboratori che quel maledetto giorno furono uccisi con lui. Vicino a questo mausoleo c’è un placido parco dove ci facciamo una deliziosa camminata su un lunghissimo ponte di legno costruito sopra il lago fino alla parte opposta dove galleggia un teatro che riproduce una tipica imbarcazione cinese sovrastata da due dragoni dorati, scopriamo poi in seguito che è adibito a cene spettacolo.

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Finiamo il pomeriggio al mercato di Bogyoke, tipico mercato asiatico dove si trova in vendita di tutto, ma principalmente gioielli, pietre, tessuti e lacche e dove ci fermiamo a mangiare un piatto di ottimi noodle nella zona dedicata al cibo.

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Il giorno dopo ci organizziamo per un’escursione fuori porta a Bago, ex capitale della Birmania. Prendiamo, o meglio finiamo su un autobus che puntuale, veloce e traballante ci porta alla città in meno di due ore. Scesi in questa caotica cittadina ci affidiamo a due motor biker che staranno con noi tutta la mattinata e ci scarrozzeranno in giro per tutta la città in motorino. Il caos e lo smog sono davvero incommensurabili, ma credo che questo sia uno dei  più semplici, veloci, divertenti e spericolati modi per godere appieno delle attrazioni di Bago.

Visitiamo tutte le pagode, i due Buddha distesi, l’ex Palazzo Reale e il monastero famoso per il pitone di 102 anni che, neanche a dirlo, a quanto pare sembrerebbe essere la reincarnazione di un monaco. Durante la nostra visita il pitone dormiva, ma attenzione non si può dire dormiva! Il serpente non dorme, ma medita coperto di banconote messe come offerta. Sicuramente andare a Bago solo per vedere questo serpente non ne vale proprio la pena, ma vale la pena tutto il resto come il tempio dedicato ai Nat.

I Nat sono gli spiriti o come preferite chiamarli, fantasmi. Al suo interno vengono svolte cerimonie in cui gli sciamani ballano a ritmo di una musica propiziatoria e carismatica, quasi psichedelica, attraverso la quale riescono ad andare in trans e  mettersi in contatto con gli spiriti del tempio . Dopo essersi fatto possedere dai nat, e solo a questo punto, vengono portate allo sciamano delle offerte quali frutta, acqua, soldi, etc, per mettere a suo agio lo spirito che sta comunicando con il mondo terreno. Tutto ciò mi appare alquanto buffo e discutibile, ma voglio fare un po’ di polemica: sempre meglio dimenarsi su musica rituale piuttosto che farsi saltare per aria con una cintura di tritolo. Verso le 14.00 lasciamo questo paese pieno di traffico, polvere e smog per tornare alla capitale e prepararci per la seconda tappa del nostro viaggio: Bagan.

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Questo popolo vive così nella semplicità in mezzo a branchi di cani randagi che di notte mi immagino aggirarsi nelle strade desolate della città in scene apocalittiche stile Walking Dead. Questo popolo vive nella semplicità di un’economia lentissima e chiusa basata su lavori semplici: mercanti, sarte, maestre, etc, in un complesso sistema politico che ha attanagliato e che ancora, purtroppo, attanaglia questo paese. Nonostante questa grossa croce, è un popolo che ha voglia di novità e che anche di fronte alle loro difficoltà dispensa in qualsiasi situazione aiuto, sorrisi e cortesia. Con i loro  splendidi volti dipinti dalla polvere gialla tipica delle campagne Birmane, sembrano quasi rassegnati a quello che il destino ha voluto per loro, vivono nel loro tran tran quotidiano che comincia prima delle 5.00 del mattino per concludersi inesorabilmente alle 21.00.

…..To be continued….

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