“Si ritorna solo andando via”: cosa rimane dopo 2 mesi in viaggio

Due mesi di e in viaggio.

Sono passati veloci, a volte lentissimamente, invece.

Ma, cosa rimane dopo due mesi passati a vagabondare in giro per l’Asia?

Tante cose ve lo assicuro e un po’ me lo aspettavo.

Rimangono i 24 letti che abbiamo cambiato, i 14 minivan estremamente affollati da non avere aria. I tuk tuk presi al volo, gli scooter noleggiati, le biciclette, gli aerei, i treni notturni e gli sleeping bus.

I non so, quanti chilometri fatti tra terra, aria e mare.

Rimane un quaderno nero pieno di parole scritte con una penna blu.

Racconti, idee, spunti e ricordi.

Un quaderno che mi è stato regalato e che, ho assolutamente consumato.

Una macchina fotografica piena di foto.

Una testa piena di storie.

Mi rimane l’aver toccato con mano la frenesia che gli asiatici hanno con i cellulari, ma anche la loro pace e la loro tranquillità in paesi che stanno correndo veloci.

Mi rimane l’aver imparato ad attraversare strade piene di sfreccianti motorini e a farlo ad occhi chiusi.

Non c’è modo diverso per farlo. Mi sono fidata di loro e ho fatto bene.

Mi rimane l’essermi stancata dei sapori, perché spesso molto ripetitivi. Rimane, nonostante ciò, l’aver confermato il fatto che, la cucina asiatica non smetterà mai di piacermi, ma i cappelletti di più. Mi rimangono i miei super “beveroni” di frutta fresca, ma anche il tè thai con le palline di gelatina. Le bubble.

Bubble Tea

Mi rimangono le decine di affollati e “odorosi” mercati diurni e notturni visitati, in cui trovare e comprare qualsiasi cose: “dallo spillo all’elefante” recita lo slogan di Harrods. Ahahahah dilettanti, vi assicuro nulla in confronto a qui: in questo caso, sarebbe più giusto dire “dallo zoccolo di capra ai cuccioli di Pechinese”.

Mi rimane lo spostare 8 kg di bagaglio in due miseri zainetti in 10 minuti per evitare di pagare una sovra-tassa molto salata. E le risate nel farlo.

Mi rimane l’esperienza pazzesca di aver attraversato il confine tra due stati a piedi con lo zaino in spalla. Un passo dal Vietnam verso la Cambogia. Insieme alla coda di un tifone che ci ha costretto a cambiare rotta.

Mi rimane l’aver fatto un passo indietro e non essere entrata in Laos per problemi di salute. E si impara. Si impara che viaggiare, è anche questo: cambiare programmi e avere la libertà di scegliere.

Mi rimane la polvere e la guerra. La guerra combattuta nel Vietnam e le atrocità compiute dall’esercito di Pol Pot: gli khmer rossi, ma anche il tesoro inestimabile del tesoro di pietra che si chiama Angkor Wat, dove pietra e radici combattono per la supremazia contro il tempo.

La pace nei braccialetti lasciati nelle fosse comuni a Choueng Ek

Mi rimane il ricordo di quelle architetture e quei locali che ricordano tanto Parigi, eredità della colonizzazione francese.

Mi rimane il contrattare oggetti, cibo e qualsiasi cosa, a volte con divertimento e a volte con estrema fatica.

Mi rimane l’aver visto la città degli ombrelli di carta e quello delle lanterne. Il verde delle risaie, la bellezza mozzafiato della Baia di Halong.

L’aver nuotato in un mare talmente blu da non aver abbastanza occhi per guardarlo.

Rimangono i mille occhi incontrati, i mille sorrisi scambiati e le chiacchiere improvvisate con chi è affamato di mondo come noi. A volte anche qualche arrabbiatura con chi, troppo educato non è.

Mi rimangono albe e tramonti da spezzare il fiato, come quelli sul Mekong.

Ma anche la fatica, vestiti sporchi e appallottolati. Asciugamani spesso non troppo asciutti che, messi in valigia non vi sto a raccontare che microcosmo creano. Letti e cuscini scomodi, bagni in cui era meglio stare in bilico e bagni che è meglio farla in un prato.

Mi rimangono le luci sfavillanti delle due grandi città che abbiamo visitato: Saigon e Bangkok. Belle, grandi, sinuose, ma spesso insidiose.

Rimane il ricordo di un viaggio, non di una vacanza in cui la mia testa, le mie energie e le mie forze sono state rivolte solo alla scoperta di questi paesi, senza pensare a null’altro. Rivolte a rimanere connessa con quello che stavo vedendo e facendo nonostante la fatica e qualche volta un po’ di scoramento. Perché si, non è sempre tutto bello. Spesso è faticoso, è caldo, si è stanchi, ma si deve avere pazienza.

Aprire la testa e il cuore, significa aprire la propria cultura e i propri spazi, andare oltre. Accettare l’altro, la cultura diversa, le scomodità, i sapori cattivi, i ritardi, ma a volte anche stancarsi di tutto ciò e cercare altro che ci faccia stare bene nel momento in cui abbiamo necessità di questo.

Ma tutto ciò, è linfa vitale di fortificazione e maturazione.

Rimane anche la nostalgia di casa.

Il viaggio, come mi ha detto qualcuno che ha la mia stessa passione, è un circolo: il tornare a casa è il cerchio che si chiude. Il bello di partire, ma il bello di tornare. Si ritorna solo andando via.

Apprezzare i propri spazi, la propria gente, la propria lavatrice, il proprio letto e i propri sapori. Ricominciare la quotidianità che aspetterà il prossimo viaggio con ansia. Anche questo è il bello del viaggiare.

E così chiudo questi due mesi di un’esperienza piena a tutto tondo che, spero di poter ripetere un giorno, perché credo che nella mia vita questa sia una di quelle cose che rimarranno una figata pazzesca, fatta con la persona per cui nutro una grandissima stima e che ringrazio con tutto il mio cuore. Che, forse non è abbastanza grande per dirgli grazie del tutto. Mi rimane l’abbraccio che ci siamo scambiati l’ultima sera a Bangkok, quello in cui non ci si doveva dire tante cose, perché già di per sé parlavano le lacrime che scendevano per la felicità.

Queste esperienze, o quelle cose che vi piacerebbe tanto fare, devono essere fatte, perché il tempo passa che non te ne accorgi.

E oggi è già domani e domani ancora.

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