Durante il mio viaggio in Indonesia, mi sono fatta tante domande. Una riflessione sul mio significato di viaggio responsabile. E’ lunga, ma scriverla mi ha fatto sentire meglio.
In sottofondo si sentono dei bassi. Forse la musica che arriva da una barca bianca e blu che vedo in lontananza. Sono quelle che fanno scendere decine di persone con pinne, maschere e boccaglio, pronte per le sessioni di snorkeling. Sebbene la metà di loro non sappia nuotare, il giubbotto salvagente farà il suo.
Guardo in lontananza e sorrido. Sposto lo sguardo più a destra e vedo almeno 5 sfumature di blu tra cielo e mare. In lontananza una nuvola nera minacciosa che si sta allontanando. Meno male.

È dicembre. Ci sta. Qui tutto può cambiare da un momento all’altro.
Ascolto il moto ondoso leggero e il suono del vento che fa borbottare la paglia del gazebo sopra la mia testa. Mi rendo conto della bellezza intorno a me, del profumo del mare mescolato a quello della crema solare. Porta il nome della vicina Australia sebbene sia prodotta negli Stati Uniti.
L’acqua oggi è più calma e pulita o almeno lo è in questa parte dell’isola. Basta andare verso sud che le correnti hanno portato a riva una vita fatta di plastica.
Gili Meno è la più piccola delle tre Gili che in indonesiano significa appunto “piccola isola”. Le proposte di viaggio per queste isole è sui banchi delle agenzie da molti anni e quando ci sei non è difficile capire perché.
Spesso arriva qui chi cerca un po’ di riposo lontano da tavole da surf e centri yoga tipici della penisola di Uluwatu o Canguu. L’altro lato della medaglia.
Ma perché ho cominciato l’ articolo con quest’ immagine idilliaca?
Perché spesso è solo questo che viene raccontato. Non voglio smontare il sogno tropicale, ma purtroppo la “tendenza” ha (e sta) distruggendo il vero cuore di questo paese e non solo.
L’Indonesia offre tempo, attenzione e bellezza. Ti fa sentire il benvenuto prima ancora che tu sappia come dire grazie in indonesiano. Poi ad un certo punto in tutto questo, non mi sono più sentita speciale, ma solo parte del turismo che da qualche anno ha invaso principalmente Bali.

A volte ho avuto la percezione di essere di troppo perché alcune situazioni erano “troppo”. Troppi sederi di fuori, troppi influencer ostentati, troppi top striminziti e via discorrendo. Bali è un grande baraccone, purtroppo.
Mi sono fatta tante domande e, so che questa mia riflessione potrebbe essere lunga, ma volevo provare a dare un senso a qualcosa che di fatto non ha una vera risposta. Una sorta di flusso di coscienza attraverso la scrittura per rispondere a:
che impronta lasciamo quando andiamo a visitare un paese?
Che tipo di viaggiatori o viaggiatrici siamo?
Cosa troverai in questo blog post
Viaggiare come responsabilità: l’altra faccia del paradiso
La prima volta che a Lombok ho visto una spiaggia coperta di plastica è stato uno shock. Parlo di prima volta perché non è stata l’unica.
Finché si legge e se ne parla sai che il problema esiste, è vero, fai del tuo meglio nel quotidiano, ma non ti rendi proprio conto. È qualcosa di più sottile.

Così ti trovi con l’acqua fino alle caviglie. Azzurra, trasparente, come la plastica delle bottiglie, dei contenitori, dei sacchetti, dei tappini e delle cannucce che galleggiano tra le tue gambe e tra le dita colorate di rosso.
Una dissonanza.
Le palme sono al loro posto, il mare è perfetto, c’è anche il sole. Eppure, c’è altro: mi arriva una sensazione di impotenza e di tristezza. Il disastro e il nostro “progresso” è lì davanti a me. Poco più in là un altro pezzo di spiaggia, anch’esso coperto di plastica.
Tutto questo non è solo frutto di incuria individuale e del turismo di massa, ma di un sistema fragile. In Indonesia ci sono migliaia di isole, infrastrutture di smaltimento incomplete, consumo in crescita rapida, educazione e sensibilizzazione locale assente. Bottiglie, sacchetti, imballaggi arrivano ovunque, spesso spinti dalle correnti, soprattutto durante la stagione delle piogge.
Ancora con i piedi immersi e la bellezza intorno a me, comincia a montami la rabbia. Mi rendo conto che non posso avere la presunzione di cambiare la politica o di capire quali sono i problemi di un paese che visito. Quello in cui posso avere potere è il cercare di essere il più possibile una turista responsabile e consapevole, ogni giorno.
Imparare a chiedersi dove finisce quello che buttiamo, chi lo gestirà, chi ne paga il prezzo, non è una soluzione, ma un inizio. Una somma di gesti minimi. Non salverò l’oceano, ma non peggiorerò il problema.
In molte zone dell’Indonesia i rifiuti non scompaiono. Cambiano posto. Vengono bruciati, accumulati, spostati ai margini. È facile non vederli, se non vuoi, ma è inevitabile. Arrivano agli occhi anche dei più disattenti.
Viaggiare responsabilmente significa guardare anche ciò che non è fotografabile e ciò che non è bello per i social. Le montagne di plastica non lo sono, ma raccontano.
Viaggiare come responsabilità: cosa vogliamo comunicare davvero
L’ overtourism non arriva all’improvviso. Cresce lentamente, alimentato dal successo. Da una promozione turistica, dal costo basso della vita, dalla facilità dei servizi, dal mare bello e tanti fattori tutti insieme. A volte arriva anche da un film o da un libro.
Per Bali è stato un po’ così. Una matassa di motivi.

Bali si è trasformata in traffico permanente, affitti inaccessibili per i locali, luoghi sacri che sono diventati set per video o foto acchiappa like, altalene, vestiti svolazzanti tra le risaie, rituali in cui si viene filmati mentre si fanno urla disumane e via dicendo. Basta aprire Tik Tok, digitare qualche parola di queste e capirete di cosa sto parlando.
Il problema non è il viaggiatore singolo. È la ripetizione, è la necessità di vedere quel posto per fare quello scatto o quel video.
Andare tutti negli stessi posti, negli stessi orari. Consumare luoghi invece di visitarli.
La classica foto alla Porta del Paradiso scattata con lo specchietto me la sono fatta anch’io, sebbene piovesse a dirotto, sebbene sapessi che si tratta di un grande fake, sebbene mille motivi. La foto è obiettivamente bellissima e ben fatta. Ormai quasi il simbolo di un viaggio in Indonesia e io ho preso parte al sistema.
Il punto non è la foto. È la necessità di quella foto.
Il problema non è la bellezza. È ciò che la bellezza diventa, quando viene “sfinita”.
La fotografia è sempre stata un linguaggio e il viaggio da tempo immemore vuole essere ricordato. Se in passato si portavano a casa rullini da sviluppare, cartoline o un diario (io lo faccio ancora), oggi si DEVE portare a casa un reel. Si devono collezionare visualizzazioni, like, commenti ed engagement.
La criticità vera avviene quando smetti di usare tutto questo per ricordare e inizi a usarla per confermare e per definire.

La domanda è: se non pubblico quello scatto, quanto vale il mio viaggio?
La risposta non solo scoperchia il meccanismo, ma ci parla di noi. Il valore dell’esperienza viene spostato dal vissuto al visibile. Da ciò che vivo per far vedere agli altri.
Mi sono interrogata molto e lo faccio tutt’ora. Del resto scrivo di viaggi, posto video e foto, faccio questo. È inevitabile che anche io cada nella trappola.
Non condividiamo più solo per raccontare. Condividiamo per certificare.
E ciò che non viene certificato non esiste. Non è vissuto.
È qui che il viaggio ha cambiato la sua essenza: da esperienza che ti attraversa a esperienza che devi dimostrare. E se non lo fai non è la stessa cosa!
Il problema è che il turismo “virale” non influenza solo noi. Disegna la mappa del mondo
Qui arriva la parte più importante, quella che spesso si sottovaluta: questo tipo di turismo non è solo un fatto psicologico. È un fatto geografico. Fisico. Ambientale.
Quando milioni di persone desiderano lo stesso scatto, succede una cosa inevitabile: tutti finiscono nello stesso punto della mappa.

Non perché sia l’unico luogo bello, ma perché è il luogo che ha già dimostrato di funzionare. Chi fa il mio mestiere sa bene quanto gli algoritmi amano ciò che è già stato premiato.
E così nasce un paradosso moderno: il mondo è enorme, eppure viaggiamo come se fosse piccolo. Eppure l’Indonesia, la Korea del Sud o la Cina sono grandi, ma i reel che si vedono parlano sempre e solo degli stessi posti o delle stesse esperienze. Al punto che farli o vederli diventa una necessità.
Viaggiare come responsabilità: il luogo come performance
Cambia tutto. Cambia lo spazio: non si va in quel posto, ci si va quando la luce è giusta. I piani vengono gestiti in base a questo.
Cambia la relazione con il tempo: non si resta. Lo scatto o il video è giusto? Si passa oltre!
Cambia la relazione con gli altri: non si condivide, ma le persone sono nemici da combattere o driblare. Anzi spesso ci fanno innervosire “perché tutti sono lì”. Il cane che si morde la coda.
A volte cambia la relazione con le comunità locali: le persone o le popolazioni locali diventano quasi burattini.
Il punto non è “smettiamo di andare a Bali” (tanto per dire una destinazione, ma potrei citarne molto altre), ma andiamoci responsabilmente.

Non chiediamoci “sto facendo belle foto?”, ma ragioniamo al contrario se non pubblicassi nulla, questa giornata avrebbe comunque valore?
Se la risposta è “sì”, va tutto bene.
Se la risposta è “no”, forse qualcosa ci sta scappando di mano.
Sia chiaro, non sto demonizzando i social, ma esorto a riprendersi la regia e il contatto con la realtà.
Viaggiare come responsabilità: il turismo che resta
Non tutto il turismo danneggia. Quello lento, distribuito, rispettoso può diventare una risorsa reale. Perchè no, anche quello fuori stagione.
In tutti i paesi esistono comunità che beneficiano direttamente dai viaggiatori: guide locali, homestay familiari, piccoli progetti ambientali o di recupero.
Dormire in una casa invece che in una catena. Affidarsi a una guida del posto. Non usare gli animali per spostarsi. Pagare il giusto senza contrattare fino all’ultimo centesimo. Acquistare i propri souvenir o mangiare in posti locali, sono gesti che trattengono valore invece di estrarlo.

Viaggiare con consapevolezza fa la differenza. Non fare tutto per forza, non spostarsi continuamente. Non trasformare ogni luogo in una checklist da spuntare e sentirsi “in difetto” se non si è fatto proprio tutto.
Chi viaggia così non è perfetto? (poi parliamone, cosa significa poi perfezione?) Quando lo faccio mi rendo conto che sono più presente e, spesso, fa la differenza.
Viaggiare responsabilmente non significa rinunciare alla bellezza.
Significa fare in modo che la bellezza possa restare anche con un reel su Instagram che non celebra lo stesso luogo di tutti. In modo gentile, in modo elegante senza platealità.
Grazie per avermi letta fino a qui! Se vuoi condividere una tua riflessione o un tuo pensiero, ti aspetto nei commenti.


